BIO | FRECCERO Carlo

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Autore, dirigente televisivo ed esperto di comunicazione, dal 2003 si dedica all’insegnamento universitario al corso di laurea DAMS. Tiene corsi di Linguaggi della televisione generalista, Teoria e tecniche del linguaggio radiotelevisivo e Linguaggi della televisione generalista. Dal luglio 2015 è consigliere di amministrazione della Rai.

Al Festival 2018 i suoi interventi sono:

venerdì 7 settembre > ore 11.00 > Terrazza della Comunicazione
Pensare con gli occhi
Usiamo la parola “visioni” in due sensi . Da un lato la visione è , in senso letterale, l’immagine della realtà che ci rimandano i nostri sensi, nello specifico la vista . Dall’altro la visione è ,in senso figurato, un’ipotesi culturale . Si va da una visione del mondo così com’è ad una interpretazione in senso utopistico dove la “visione” anticipa un modello auspicabile di futuro. In entrambi i casi la visione è “vera”.  Vera perché verificabile e vera perché auspicabile a livello politico e morale . Non è casuale quindi che per condizionarci la propaganda passi attraverso l’immagine : vera, contraffatta o rielaborata . Solo l’immagine ha l’impatto immediato di un enunciato che può verificare o falsificare le nostre convinzioni. Noi pensiamo quello che vediamo.

con Annalisa Bruchi
domenica 9 settembre > ore 10.15 > Piazza Colombo
I giornali del mattino in diretta dal Festival
Un’inedita lettura dei quotidiani, dal gusto ironico e dissacrante, ai confini della realtà, in cui giornalisti e personaggi di cultura e spettacolo commenteranno in un modo tutto particolare i titoli e i temi più “caldi” dell’attualità.

 


Al Festival 2017 il suo intervento è stato:
Le connessioni del potere
Come il potere si trasferisce dai campi di battaglia ai territori della comunicazione.
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Al Festival 2016 il suo intervento è stato:
Media apocalittici ed integrati
Fenomenologia della notizia: dal conformismo televisivo, al mainstream della stampa, sino al complottismo del web.
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Al Festival 2015 il suo intervento è stato:
Il missionario: il manipolatore manipolato
Ho spesso l’impressione che questo sia il periodo di maggiore manipolazione dell’informazione in tutte le sue forme. Il giornalismo d’inchiesta, che ha rappresentato uno dei miti hollywoodiani, è definitivamente tramontato. Il giornalismo non ha più lo scopo di informare, ma di formare l’opinione pubblica. La manipolazione dell’informazione può essere una scelta lucida e studiata, ma può essere uno dei sintomi della fine del pensiero critico. Intendo dire che i manipolatori, prima di manipolare, rischiano di essere manipolati a loro volta dall’opinione della maggioranza. E tutti sanno che un missionario è più intransigente di un cinico nella sua opera di conversione o di persuasione.

Inoltre il suo intervento in dialogo con Aldo Grasso è stato:
La Rai fa servizio pubblico? 


Al Festival 2014 il suo intervento è stato:
Il ritornello nella comunicazione politica e nei programmi televisivi

La cosa principale che ho imparato nel mio lavoro di programmatore televisivo è che l’attenzione del pubblico si cattura con la fidelizzazione. E la fidelizzazione si raggiunge con mezzi molteplici: la serialità, il format, addirittura il plagio. L’elemento comune a tutte queste forme è la reiterazione. È la ripetizione di schemi analoghi che fa sì che, con l’andare del tempo, essi ci diventino famigliari e necessari nella misura in cui creano dipendenza. È come il fumo. La prima volta ci fa tossire, ma dopo cerchiamo di ripetere l’esperienza per provare innumerevoli volte una sensazione ormai consueta. E non è solo la nicotina a dare dipendenza, come ben sa chi ha cercato di smettere, assumendo direttamente la sostanza: c’è tutto un rituale che accompagna l’atto di fumare e proprio in questo rituale, nella ripetizione di gesti consueti, sta il piacere del fumo. La fidelizzazione sta alla base del cosiddetto culto cinematografico e televisivo. Se il ‘900 è stato l’epoca delle avanguardie, delle fratture, della differenza, il nostro presente è frutto della ripetizione. Anche il cinema si è allineato alla fiction televisiva ed ha introiettato la ripetizione e la serialità attraverso il remake e l’articolazione della storia in episodi: sequel e prequel. La stessa cosa vale per la musica. C’è un libro di Adorno che esprime il modello musicale del secolo scorso. Si intitola: dissonanze. Oggi la musica è musica di massa e il suo “format” è costituito dal ritornello: la ripetizione periodica della parte più orecchiabile del pezzo, per rendere il più velocemente possibile qualsiasi canzone familiare. Ho il ricordo di un pezzo di Eco letto molti anni fa che a proposito delle canzoni del festival di Sanremo, identificava proprio nel ritornello il punto di forza. Ma il ritornello non è lo schema che struttura la musica popolare. Da tempo rappresenta una sorta di format per la produzione di prototipi televisivi di successo. Ci sono programmi, come Macao, costruiti sul nulla, che solo dal ritornello e dalla sua reiterazione raggiungono identità e diventano oggetto di culto. Ma ci sono anche generi televisivi, come l’evento, lo speciale, la trasmissione unica, che sembrano in contrasto con il format della reiterazione. Ci colgono di sorpresa, ci spiazzano con qualcosa che non avevamo ancora visto o che non vedevamo da tempo. Per impedire che il loro impatto sia sgradevole, estraneo, ostile, si ricorre al ritornello all’interno della trasmissione, attraverso la creazione di tormentoni che danno forma e struttura ad un materiale altrimenti informe. Il ritornello è il format del programma evento e rappresenta anche il format della comunicazione politica, nella misura in cui vuol catturare l’agenda dei media.